Algeria
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La storia dell'Algeria:

"Berberi, Arabi e Ottomani"
L’Algeria è la patria storica dei berberi, un popolo che affonda le sue radici nei flussi migratori susseguitisi in epoca preistorica. Nel I secolo d.C., i berberi caddero sotto la dominazione dell'impero romano, cui si deve la cristianizzazione della regione. Un altro momento chiave della storia algerina risale al VII secolo, quando gli omayyadi, una dinastia araba di conquistatori il cui impero ebbe per capitale Damasco, aggiunsero l’Algeria al lungo elenco di paesi caduti sotto il loro dominio. Con loro portarono una nuova religione: l’islam. Nei secoli successivi, i berberi non cessarono di opporsi agli arabi. La costa maghrebina fu la base operativa per i molti corsari che saccheggiavano le navi mercantili nel Mediterraneo. Nel XVI secolo il pirata turco Barbarossa, ai tempi governatore di Algeri, pose il paese sotto il protettorato dell’autorità ottomana di Istanbul.

"1830: la colonizzazione francese"
La colonizzazione dell’Algeria cominciò nel 1830, quando le truppe francesi costrinsero il dey di Algeri alla capitolazione, scontrandosi però ben presto con l’esercito del carismatico emiro Abd el-Kader. Ci vorranno più di 15 anni alla Francia per vincere la resistenza dell’uomo destinato a diventare una delle più importanti figure della storia algerina. Dopo la sua capitolazione, nel 1848, la Francia applicò senza indugi il suo programma colonialistico, abbinando un sostanziale progresso nel campo delle infrastrutture (strade, ferrovie) alle consuete vessazioni coloniali: il rinnegamento della cultura locale, le moschee trasformate in chiese, le terre confiscate e affidate ai coloni bianchi. Il malcontento iniziò a montare a partire dal 1920. Nel 1943 il Manifesto del popolo algerino chiese l’uguaglianza tra francesi e algerini, considerati quasi selvaggi dall’amministrazione coloniale. I primi movimenti di rivolta furono repressi senza pietà negli anni seguenti.

"1954-1961: la guerra d’Algeria"
Il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) iniziò la lotta armata contro la potenza coloniale il 1° novembre 1954. Una prima ondata di attentati, ben presto seguita da molti altri, mise in luce l’esistenza di un'opposizione algerina organizzata e determinata, attirando inoltre l’attenzione dell’opinione pubblica francese sulla situazione in Algeria.

Le reazioni che la battaglia di Algeri provocò in Francia, il turbamento dell’opinione pubblica francese e la difficoltà a giustificare la politica coloniale (la Tunisia ottenne l’indipendenza nel 1957) spinsero De Gaulle a prendere in considerazione l’autodeterminazione del paese nel 1959. Il Generale dovette però affrontare la questione dei francesi d’Algeria (i 'pieds-noirs'), molto legati alla loro vita nella colonia, e di una parte dell’esercito francese. Nel 1961 alcuni generali francesi tentarono un colpo di stato militare ad Algeri. Il tentativo fallì, ma i generali continuarono a portare avanti l'opposizione alla politica di De Gaulle, costituendo l’OAS (Organisation Armée Secrète), che seminò il panico con attentati in Francia e in Algeria. Nel gennaio 1961, un referendum promulgato in Francia e in Algeria portò infine all’approvazione dell’indipendenza algerina, divenuta realtà l’anno seguente con gli accordi di Evian.

La guerra d’Algeria ha segnato e segna ancora oggi le coscienze collettive dei due paesi. Nel 2000 le rivelazioni di alcuni militari francesi, che hanno ammesso di aver fatto ricorso alla tortura durante il conflitto, hanno rilanciato il dibattito in Francia.

"1962: l’Algeria indipendente"
Nel 1963 Ahmed Ben Bella, membro del FLN, fu proclamato presidente di un’Algeria devastata dalla guerra. Dall’altra parte del Mediterraneo, l’integrazione delle migliaia di pieds-noirs tornati in Francia, simboli della disfatta per gli uni e dell’oppressione coloniale per gli altri, creò grossi problemi di ordine sociale.

Ben Bella non ebbe nemmeno il tempo di realizzare la politica d’ispirazione socialista che aveva in mente: nel 1965 l’esercito prese il potere per affidarlo al colonnello Houari Boumediène. Quest’ultimo privilegiò l’industrializzazione del paese a spese dell’agricoltura, scelta che ebbe come conseguenza di rendere l’Algeria dipendente dall’importazione di generi alimentari. Alla sua morte, avvenuta nel 1978, il colonnello Chadli prese le redini del paese e fu rieletto nel 1984 e nel 1989. Gli anni '80 furono caratterizzati da un certo ristagno della vita economica e politica algerina.

I primi segnali di un'opposizione al potere si manifestarono nel 1988, anno in cui migliaia di algerini scesero in strada per denunciare la penuria di generi alimentari e per chiedere la democratizzazione del regime. Il governo rispose autorizzando il multipartitismo. Il Fronte Islamico di Salvezza (FIS), fino ad allora fuori legge, poté così svolgere liberamente la sua attività politica. Da allora non ha mai smesso di farsi portavoce del malcontento popolare.

"L’Algeria oggi"
La crescita del FIS culmina nel primo turno delle elezioni legislative del 1991-92, che vedono il partito islamico avere nettamente la meglio sul FLN. Il secondo turno non ci sarà mai: Chadli dà le dimissioni e al suo posto s’insedia l’alto comitato di Stato, che scioglie il FIS e proclama lo stato di emergenza. Trent’anni dopo l’indipendenza, l’Algeria deve affrontare ancora una volta una crisi politica.
Mohammed Boudiaf è proclamato presidente nel 1992. Il suo mandato dura poco, perché egli è assassinato qualche mese più tardi; al suo posto viene eletto Ali Kafi. Nel frattempo il FIS non molla la presa. La sua falange armata, il GIA (Groupement Islamique Armé), moltiplica gli attentati, che fanno sprofondare il paese nel terrore.

Nel 1994 l’alto comitato destituisce Ali Kafi, sostituendolo con Liamine Zeroual. Quest’ultimo viene confermato presidente con le elezioni del 1995, che si svolgono in un clima permeato di violenza. La sua politica è caratterizzata dall’intransigenza nei riguardi del FIS, mentre il paese continua a vivere in un clima da guerra civile. Nel giugno 1998 viene assassinato Lounès Matoub, cantore della musica e della cultura berbera.

Un nuovo colpo di scena ha luogo nel 1999, quando Liamine Zeroual annuncia le elezioni presidenziali anticipate e dichiara di non volersi candidare alla successione. Viene così eletto presidente Abdelaziz Boutefilka, ex ministro degli affari esteri di Boumediène, unico candidato in lizza dopo il ritiro degli avversari.
Il nuovo governo non segna la tanto attesa svolta. L'Algeria continua ad alterna periodi di calma a ondate di violenza (in particolare durante il ramadan del 1999), sia da parte degli islamici che della polizia repressiva. L’Unione Europea ha riallacciato rapporti economici con il paese.
Nel maggio 2004, a seguito di una travagliata campagna elettorale, Abdelaziz Bouteflika è stato riconfermato Presidente con l’83% dei voti. La schiacciante vittoria, sulla quale gravano pesanti sospetti, non ha smorzato le condanne degli oppositori, che hanno giudicato le elezioni pilotate e indegne di un paese democratico. Il quotidiano 'Le matin' ha scritto che il clan del presidente uscente Bouteflika ha fomentato la tensione, allo scopo di mettere in discussione la regolarità delle operazioni elettorali ancor prima dell'apertura delle urne. Come se non bastasse, in un paese che stenta a trovare la via della normalità, resta forte e ingombrante la presenza dell'esercito. I militari non si sono schierati a favore di nessuno dei candidati, ma continuano a giocare un ruolo forndamentale nell'equilibrio nazionale.

Oggi l'Algeria attraversa una fase ancora fortemente critica: il basilare rispetto dei diritti umani è spesso disatteso. La mancanza di una completa libertà di parola e di espressione, insieme alla dipendenza degli organi giudiziari dai poteri forti sono chiari sintomi delle persistenza di una dittatura più o meno velata. Senza dimenticare che il vero potere politico, dietro le apparenze istituzionali, è ancora nelle mani dei militari.
Gli sviluppi nel paese africano sono seguiti con attenzione dal mondo occidentale, in particolare dagli Stati Uniti, che vedono nell'Algeria un importante alleato nella lotta al terrorismo.

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